BREVE RIFLESSIONE SULLE FRONTIERE DELLA PSICOLOGIA MODERNA

February 7, 2017

 

 

Come conferma la Filosofia della Scienza, oggi si parla di Post-Modernità.
Termine per la prima volta usato nel 1917 dal filosofo Pannwitz per descrivere il nichelismo di Nietzsche, entra nel panorama popolare con l’opera “la condizione Post-Moderna” di Lyotard negli anni ’70 e ’80 per poi allargarsi nei vari ambienti intellettuali.
I fenomeni sociali alla base sono la rivoluzione sociali del secolo scorso che hanno visto come rivoluzionari soprattutto i giovani: giovani menti per una giovane era.
Parliamo di rivoluzione studentesca, la protesta femminista, omosessuale e razziale, la globalizzazione, il declino delle ideologie e degli “ismi”, il movimento per la pace nel mondo…dicendola alla Berger, si è giunti alla “società delle scelte.”

Anche la psicologia si fa travolgere dalla Post-Modernità e si inizia a parlare del macro concetto di “Molteplicità”.
Così ad esempio Teicholt sostiene che la stessa parola Post-Modernità ha molteplici significati e questo è un chiaro fenomeno Post-Moderno in sé.
L’intersoggettivo Stern, poi, ritiene che la nostra esperienza è continuamente e necessariamente plasmata dai fenomeni sociali e culturali.
Ancora oggi, gli intellettuali, tra cui gli psicologi, si domandano sulla Post-Modernità e di conseguenza sull’idea generale di Molteplicità che epistemologicamente porta alla Teoria della Complessità.

La teoria della Complessità introduce una rilevante questione epistemologica, cioè la separazione tra determinismo e prevedibilità, caratteristico binomio della scienza positivista. 

Tale separazione permette lo sviluppo di una nuova idea di scientificità senza però arrivare all’indeterminismo, anzi suggerendo una nuova prospettiva di comprensione tipica della post-modernità.

Complessità deriva dal latino “complector” che significa intrecciare, abbracciare, comprendere e quindi non sinonimo di complicato. L’esperienza di chi si occupa di salute è per sua natura complessa in quanto intreccio sapiente di più paradigmi teorici e applicativi, ma non corrisponde all’eclettismo, bensì all’integrazione. Cosa significa questo? E’ proprio la capacità di avvalersi di un modello teorico ben sperimentato in cui ci si trova a proprio agio, da affiancare in particolari momenti ad altri modelli o figure che offrono una visione diversa, ma non per questo non valida, della situazione. La teoria della complessità consente di abbracciare all’interno della stessa logica tanto l’organizzazione biologica quanto quella psicologica e sociale. Alla luce di quanto detto fin ora, possiamo comprendere come la teoria della complessità possa essere il paradigma teorico alla base del modello bio-psico-sociale. Ma naturalmente non solo del modello bio-psico-sociale, in quanto buona parte del pensiero attuale si basa sulla Complessità, la quale ha dato origine ad ulteriori idee, modi di pensare e teorie, come ad esempio, per citarne una, la famosa “teoria dei Sistemi” di Bartalanffy del 1945 che si occupa di reciproca interazione tra sistemi e che punta a superare la contemporaneità attraverso studi pratici di nuova generazione. 

 

Tornando a noi, il modello bio-psico-sociale nasce poco tempo fa nell’ambito della salute proprio in risposta alla necessità del paziente inteso nella sua interezza e nella necessità del clinico di ridefinire le proprie conoscenze e abilità. Il modello bio-psico-sociale, anche detto in terminologia inglese “patient centered”, è una strategia di approccio alla persona, ideato da Engel negli anni ’80 sulla base della concezione multidimensionale della salute della World Health Organization del 1947 e ripreso successivamente dall’OMS nel 1998 che definisce la salute "uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia”. Il paziente viene visto come protagonista assoluto considerando le sue caratteristiche biologiche, psicologiche e sociali. Il paziente è l’esperto della “illness”, il medico è l’esperto della “disease”. Questo modello si pone come assoluta rivoluzione rispetto al precedente modello bio-medico che si basava sulla concezione dualista cartesiana corpo-mente, nonché sulla visione meccanicistica e la quantificazione del deficit come difetto della macchina-uomo, sul riduzionismo e oggettivismo; esso compie un’operazione di “oggettivazione”, quindi di “parcellizzazione” della realtà del malato, considerandolo solo nella parte corporea lesa. Cosa cambia in sostanza tra vecchio e nuovo modello? Il benessere adesso si trasforma da “assenza” di elementi negativi a “presenza” di risorse positive capaci di creare nuove abilità e potenzialità del paziente grazie alla diagnosi dei bisogni multidimensionali, stesura del piano assistenziale individuale e interventi integrati.

Naturalmente non si richiede al singolo professionista di esperto in tutto, rischiando generalizzazioni e riduzionismo. L’idea che si promuove è la colleganza, la cosiddetta equipe professionale capace di lavorare insieme per il paziente. Nonostante la tendenza umana a focalizzare l’attenzione verso le proprie cose e in questo caso le proprie competenze come più importanti delle altri, il lavorare insieme è un compito arduo ma necessario, che ad esempio in Italia fa fatica a decollare.

 

Parole chiave alla base di questa prospettiva sono integrazione e comunicazione. Ciò testimonia l’esigenza attuale di svecchiarsi dal precedente modello ormai non più adattabile alla contemporaneità e all’idea di progresso; successivamente anche quello di avere una buona dose di volontà verso il miglioramento e di puntare alla formazione in tutti i suoi momenti, in modo da sviluppare fin dai banchi dell’università una cultura di complessità tra competenze e professionisti che parlano la stessa lingua e lavorano in ambienti solo apparentemente diversi, creando così sinergia.  Professionisti che a loro volta siano promotori di una cultura bio-psico-sociale rivolta anche ai pazienti e alla popolazione.

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